Agricoltura e business

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Vi è mai capitato di pettinare un ulivo? È un po’ come districare i nodi dai folti capelli di una bambola gigante, ciocca per ciocca. Bisogna far scivolare sui ramoscelli un rastrellino a denti non troppo stretti, che fa cadere i frutti senza staccare le foglie. Le olive piovono ai piedi dell’albero, dove una rete opportunamente sistemata le raccoglie quasi senza fargli toccare terra. Niente di più poetico, soprattutto se hai la possibilità di farlo al sole di una mite giornata di novembre. 

È tempo di raccolta delle olive e anche io questo fine settimana ho spento il computer per dedicarmi a un piccolo uliveto. E mentre ‘pettinavo le bambole’ ho pensato con un po’ di invidia a chi non ha saputo resistere alla ‘poesia’ di una vita (e di un lavoro a tempo pieno) immersa nel verde della campagna: a contatto con la terra, lontano dagli stress della vita cittadina, con regole e orari dettati unicamente dalle fasi lunari e dai ritmi della natura.

Tanti in Italia, tra giovani e meno giovani, stanno tornando al lavoro nei campi. I dati parlano chiaro: in questi ultimi anni di leggera risalita economica, il settore primario, pur senza raggiungere i numeri necessari ad assicurare il completo ricambio generazionale, è comunque quello che cresce di più. Fanno sempre meno notizia, del resto, le storie romanzesche di terreni o aziende di famiglia rivitalizzate grazie alla gestione di figliuol prodighi, a loro tempo ‘usciti’ di casa in cerca di fortuna e poi tornati per fuggire dalle città e da carriere di poca soddisfazione, alla ricerca di un nuovo equilibrio personale ed economico in un lavoro d’altri tempi. Googlando in rete, tra i primi risultati della mia ricerca, leggo i racconti di chi ha lasciato l’avvocatura per dedicarsi alla viticoltura biodinamica, chi il settore commerciale per l’apicoltura, chi un lavoro in banca per limonaie e agrumeti, chi il giornalismo per la pastorizia.

Vengono spesso presentate come parabole di chi ha mollato tutto per una sorta di ‘ritorno alle origini’, ma chi lo ha detto che questo ‘ritorno alle origini’, se così dobbiamo chiamarlo, corrisponda necessariamente al mandare all’aria un percorso avviato, anche se in un ambito che nulla c’entra con aratri e trattori? Al contrario, ogni esperienza agraria gestita con ‘professionalità’, con un approccio manageriale, metodi organizzativi 2.0, tecniche di marketing e competenze in problem solving non può che rivelarsi positiva e produttiva, soprattutto in un settore che per il nostro paese, con la sua straordinaria ricchezza eno-gastronomica e paesaggistica, deve essere considerato strategico anche dal punto di vista del business. Nulla ci impedisce, insomma, di pensare la campagna come una start-up, il cui segreto del successo – come per ogni azienda che si rispetti – è la capacità di innovare. E cosa più della natura può offrire stimoli e sfide sempre nuove, insieme a un contesto in continua evoluzione?

Contaminazione e ricerca: sono queste allora le due parole chiave da tenere presente nella agraria contemporanea, insieme all’ormai imprescindibile attenzione dalla qualità dei frutti e al rispetto della terra che li ha prodotti. E senza scomodare i nuovi ritrovati in fatto di agricoltura di precisione, realtà aumentata applicata all’allevamento o robotica per i campi – concetti che, a detta degli esperti, entreranno nel nostro vocabolario agricolo quotidiano solo tra qualche anno – mi piace notare come queste riflessioni non vengano smentite dai premi Bandiera Verde Agricoltura 2017, recentemente assegnati dalla Cia-Agricoltori italiani.

Alcune aziende agricole giovani si sono distinte proprio per aver saputo conciliare tradizione e innovazione, promuovendo prodotti ‘antichi’ attraverso le nuove tecnologie di marketing ed e-commerce (nella categoria «agri-web», ha vinto l’azienda agricola Sabatino di Sassoferrato per il recupero della saragolla, un grano khorasan a rischio di estinzione) oppure curando la coltivazione di prodotti locali con impatto ambientale zero (nella categoria «agri-energies» ha vinto l’azienda genovese R&C di Ruggero Rossi specializzata nella coltivazione intensiva del basilico dop a impatto ambientale zero grazie all’uso di energie verdi e impianti fotovoltaici e a biomassa). Esperienze da prendere ad esempio se vogliamo inseguire nel modo più giusto la ‘poesia’ di una vita nei campi.

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