Fazland al cinema, sull'Orient Express di Kenneth Branagh

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Intraprendere avventure è una faccenda che si paga. Sentenza che esce dalla bocca, incastonata nell'improbabile cornice di curatissimi baffi appuntiti e pizzetto, di Hercule Poirot, il brillante detective belga ossessivo-compulsivo incarnatosi, dalla penna prolifica di Agatha Christie, nel teatralcinematografico talento di Kenneth Branagh, per il suo remake 2017 di "Assassinio sull'Orient Express". Ed è sicuramente una grande avventura afferrare un passaggio di staffetta lungo 43 anni per rilanciare al cinema il capolavoro della scrittrice, da lei stessa inserito al quarto posto di una sua personale lista di preferenze tra le sue opere, in risposta a un traduttore giapponese nel 1972. L'avventuroso confronto è duplice: con il romanzo datato 1934 della scrittrice più venduta al mondo dopo Bibbia e Shakespeare e con la pluripremiata versione cinematografica datata 1974 del regista Sidney Lumet. Due opere eleganti, rifinite, preziose, perfettamente arredate di atmosfera e narratività, proprio come il lussuoso Orient Express, il treno giallo suo malgrado che, dalla linearità confortevole di un viaggio privilegiato da Istanbul a Calais, si ritrova bloccato da una montagna di neve e gelide verità sull'orlo di un abisso. 

Avventuroso è anche orientarsi tra le perplessità della critica cinematografica e i dati del box office, così lusinghieri da aver guadagnato la conferma, da parte della Twentieth Century Fox, di un nuovo adattamento cinematografico di "Assassinio sul Nilo". Un indizio -volendo esprimersi in giallese- è certo: l'ambizione trasversale e coraggiosa di Branagh, che, in veste di regista, si è avventurato tra Shakespeare, gli Avengers e Cenerentola, per poi affrontare l'inossidabile armata cinematografica rappresentata da Lumet e i suoi attori del calibro di Ingrid Bergman, Albert Finney, Lauren Bacall e Sean Connery.

Branagh punta su se stesso in versione Poirot: il detective malato di simmetria, che chiede ai signori di aggiustarsi la cravatta e esige due uova a colazione di identica altezza, l'investigatore stimato e temuto che declina nettamente la vita in giusto e sbagliato al punto da notarne ogni minima crepa, il belga solitario che legge le anime altrui ma sospira di fronte alla cornice di una misteriosa donna amata, è il protagonista -per eccesso, forse- della pellicola.

Una delle principali critiche mosse al film, infatti, è lo spreco di talenti quali Johnny Depp, Judi Dench, Michelle Pfeiffer o Penelope Cruz, ridotti a personaggi di scarso spessore in un impianto teatrale -spezzato da flash back in bianco e nero e incastonato tra le dinamiche sequenze iniziali e un più che suggestivo scioglimento di mistero in una scenografia da Ultima cena- che non offre l'atteso climax di mistero, claustrofobia, suspense.

Sarebbe curioso, tuttavia, valutare le diversità di percezione in questo senso tra gli spettatori che abbiano visto la versione del '74 e quelli, magari più giovani e avvezzi a certa approssimazione di tanto cinema attuale, che affrontino per la prima volta il loro viaggio sull'Orient Express. Perché il film offre anche tanto di piacevole: dentro, sopra, lungo i quattro vagoni della locomotiva da 220 quintali ricostruita negli studi di Longcross nel Surrey, i movimenti di macchina con le quattro fotocamere Panavision da 65 mm sono indubbiamente ad alto tasso di spettacolarità.

Ed è una carezza cinematografica l'eleganza di costumi, arredi, dettagli, giocata tra interni angusti e lo scenario innevato esterno, un po' troppo artefatto, talvolta, dalla computer grafica.  C'è infine la morale del giallo, che si accompagna all’inedito conflitto interiore di Poirot: le più gravi fratture dell'anima aprono così tante crepe che il giudizio su bene e male può non essere certo e inconfutabile. E se le vie dell'avventura si pagano, quelle della vendetta possono rimanere sospese su un abisso, anche se si riparte.

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