Degradabilità dei rifiuti: una questione di tempo.

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Si chiama “littering” l’azione selvaggia e incivile che molti di noi compiono, magari involontariamente, arrecando danni sia all’ambiente, sia alla salute pubblica. Con questo termine inglese, che significa inquinare, si identifica il sempre più diffuso malcostume di gettare/abbandonare rifiuti in aree pubbliche anziché smaltirli negli appositi bidoni. Bottiglie di plastica, sacchetti, lattine, chewing-gum, vetro, mozziconi di sigaretta, carta e molto altro: tutto questo è litter. Rifiuti gettati impropriamente dove capita, senza pensare troppo a cosa ciò comporti, avranno inevitabili e pesanti ripercussioni su una serie di ambiti: dall’ambientale all’economico.

Cos’è la degradabilità
La quasi totalità delle conseguenze prodotte da queste azioni sono dovute alle diverse tempistiche di degradabilità dei rifiuti. Inquinamento ambientale, degrado e danno estetico, effetti sulla qualità della vita ed elevati costi diretti di pulizia e ripristino di strade o spiagge derivano dal fatto che, ogni qualvolta si getta anche una piccola cartaccia a terra questa non scompare magicamente ma, a seconda di tutta una serie di fattori, impiegherà del tempo prima che i batteri la decompongano.

L’impatto ambientale del rifiuto è quindi direttamente proporzionale alla sua capacità di degradarsi naturalmente. La biodegradabilità è quella proprietà delle sostanze organiche e di alcuni composti sintetici di essere decomposti dalla natura, o meglio, da dei batteri.

Più tempo, meno tempo
Sembra scontato ma tanto più un materiale sarà degradabile, quanto prima verrà riassorbito dall’ecosistema evitando di apportare danni. Altrettanto ovvio è dire che i materiali meno biodegradabili si accumuleranno principalmente in mare, nei fondali e sulle spiagge causando una vera e propria emergenza. Questi rifiuti, durante il lunghissimo processo di decomposizione, rilasciano anche sostanze altamente nocive che vanno a provocare danni all’ecosistema e, di conseguenza, anche a noi stessi. Pensiamo alle falde acquifere inquinate, ai pesci che ingeriscono micro particelle di plastica o che assimilano tutti gli agenti inquinanti dispersi in mare. Con quei pesci e quell’acqua ci nutriamo… Riflettiamoci. Più tempo impiegheranno i rifiuti dispersi nell’ambiente a smaltirsi, meno tempo ci resterà da vivere.

Imballaggi e imballaggi
Tra i tanti materiali che potremmo incontrare passeggiando per la spiaggia, magari prima che inizi la pulizia per la stagione balneare, possiamo trovare:

  • carta: essendo realizzata con la cellulosa, per decomporsi impiega un tempo che può andare dalle 2 settimane di un tovagliolo alle 6 di un giornale fino ad arrivare ai 2 mesi del cartone;
  • lattine: i contenitori in alluminio delle bibite possono richiedere dai 20 ai 100 anni per smaltirsi in maniera naturale;
  • plastica: per un sacchetto o una bottiglia di plastica andiamo dai 100 ai 1000 anni;
  • gomma: il tempo medio di distruzione di un pneumatico si aggira intorno ai 100 anni. Il problema più grave, in questo caso, è la polvere di pneumatico (PM) che riesce ad entrare nei polmoni causando seri problemi di salute;
  • vetro: per questo materiale occorrono addirittura millenni. Contrariamente alla plastica e alla gomma, però, si tratta di un materiale pulito che pur rimanendo nell’ambiente per secoli non inquina.

Allarme mari e spiagge 

Sono soprattutto i materiali plastici, realizzati con polimeri ricavati dal petrolio, a rappresentare la minaccia più grave per l’ecosistema tutto. In particolar modo sono i mari e le spiagge ad “accogliere” tutti i rifiuti abbandonati. Ogni anno Legambiente compie un monitoraggio di circa 60 spiagge italiane per poi presentare i dati del “Beach Litter”. Nel 2017 ogni 100 metri di spiaggia sono stati trovati una media di 670 rifiuti. Con l’84% la plastica si conferma il materiale più presente, seguono vetro (4%), metallo (4%) e carta (3%). Tra gli oggetti più ritrovati negli arenili monitorati ci sono le reti per la coltivazione dei mitili (11%), al secondo posto tappi e coperchi (9,6%) e al terzo frammenti di oggetti di plastica (9,4%). Seguono i mozziconi di sigaretta che, insieme alle buste di plastica, rappresentano per le spiagge del Mediterraneo una vera e propria minaccia. Non solo le spiagge sono piene di rifiuti, anche i mari non scherzano. Si stima che degli oltre 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno nel mondo, 12 milioni finiscano negli oceani. Lo testimonia anche quell’isola del Pacifico, scoperta pochi anni fa, costituita interamente da rifiuti in plastica. Cassette della frutta, bottiglie, frammenti di oggetti, sacchetti, reti, flaconi e imballaggi occupano una superficie di 10 milioni di km quadrati con una densità di 5 kg per kmq. In quest’area del Pacifico il giro delle correnti finisce per accumulare e intrappolare gran parte dei rifiuti abbandonati in mare. E non è l’unico trash vortex presente. Anche il Mediterraneo ha delle piccole isole di rifiuti tra Corsica e Toscana, con una densità di 10 kg per kmq, e attorno le coste di Sicilia, Sardegna e Puglia, con una densità di 2 kg per kmq. 
Le conseguenze sono terribili: i rifiuti plastici possono essere ingeriti da pesci e animali marini che, scambiandoli per cibo, rischiano il soffocamento. I frammenti più piccoli, invece, entrano nella catena alimentare e finiscono per arrivare sulle nostre tavole. Le specie maggiormente a rischio sono il pesce spada e il tonno rosso.

Le bioplastiche
Alla luce di questo vero e proprio disastro ambientale i produttori di imballaggi hanno avviato una riflessione che li ha portati a diverse considerazioni. Anzitutto occorre lavorare sulla consapevolezza dei consumatori, molto spesso ignari delle conseguenze delle loro azioni. Altrettanto importante l’implementazione di un efficiente sistema di raccolta differenziata finalizzata al riciclo e lo sviluppo di materiali che non gravino troppo sull’ambiente qualora venissero dispersi.

Ecco allora che sono entrate in scena, ormai da qualche anno, le bioplastiche. Si tratta di polimeri ottenuti da materia prima vegetale come l’amido di mais e la canna da zucchero che, per questa ragione, possono essere tranquillamente smaltite nell’organico. Attenzione però, non tutte le bioplastiche sono uguali! Alcune, infatti, riproducono in sintesi i polimeri vegetali: pur avendo un minore impatto in produzione, presentano le stesse caratteristiche delle plastiche tradizionali. Chi realizza imballaggi con questa tipologia di bioplastiche dovrebbe avere la coscienza di informare il consumatore cosicché possa compiere una scelta e uno smaltimento consapevole.
 
L’impegno di tutti per il bene di tutti
Eccoci dunque al punto focale della questione: è sufficiente essere tutti più attenti e rispettosi per smettere di ripetere quello che si è compiuto fino adesso.
Non sono necessarie gesta eroiche o sforzi sovraumani: bastano pochi e semplici gesti. Gettare il rifiuto nell’apposito contenitore per poterlo smaltire correttamente e dare inizio al processo di riciclo: un’azione che, fortunatamente, sta diventando abitudine, un gesto automatico e scontato.
La strada da percorrere perchè questo processo subisca un’accelerata decisiva è sicuramente quella della sensibilizzazione: far sì che l’informazione si espanda a macchia d’olio diventando totalizzante e generalizzata. Informazione che deve illuminare non solo sugli effetti catastrofici dei gesti sconsiderati che ancora troppi compiono, ma anche e soprattutto informazione che faccia chiarezza sulla semplicità di quei comportamenti virtuosi che, se adottati da tutti, possono fare davvero la differenza. È chiaro allora che serve l’impegno congiunto di imprese, istituzioni e cittadini, un approccio corale e condiviso per riuscire a vincere la “lotta” al littering. La buona notizia è che la “vittoria” è più vicina di quanto si pensi, se ci si crede abbastanza.
Lo sai che il 60% dei consumatori ritiene la vendita di cibo sfuso meno impattante per l’ambiente? Non perderti il prossimo articolo: proveremo a sfatare questo ed altri falsi miti sugli imballaggi, le loro funzioni e il loro impatto sull’ambiente.
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