Downshifting, cambiare marcia per cambiare vita

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Almeno una volta nella vita è capitato a tutti. Un periodo di stress, una difficoltà apparentemente insormontabile, un duro scontro con un collega o con un capo e la frase esce dalla bocca senza che il cervello la riesca a frenare: «Adesso basta! Mollo tutto e cambio vita».
Facile a dirsi, molto meno a farsi, per mille motivi. Soprattutto perché, per fortuna, dal giorno dopo la maggior parte di noi riesce a ripartire con tranquillità e non sente più il bisogno di rinunciare al proprio lavoro e alle proprie abitudini.
Ci sono però persone che davvero hanno sentito la necessità di abbandonare un lavoro e una vita che non riconoscevano più come proprie. Una di esse è Simone Perotti, un tempo manager e oggi scrittore-skipper e molti altri mestieri, che gli permettono di vivere vicino al suo amato mare e di sbarcare il lunario non senza fatiche ma certamente con maggior gusto per la vita.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la finale di Champions League del 2003, l’unica della storia giocata tra due squadre italiane: Juventus e Milan. Tifosissimo di quest’ultima, Perotti aveva in tasca il biglietto per la partita. Non riuscì però a partire per Manchester poiché trattenuto a Milano da un’importante riunione fissata all’ultimo momento. Quel giorno capì che la vita condotta fino a quel momento, che già gli aveva fatto sorgere numerosi dubbi, andava cambiata.
Non fu un cambiamento facile né veloce: servirono altri cinque anni prima di poter lasciare definitivamente il lavoro e dedicarsi alla scrittura e alla vela.
Nel 2009 esce Adesso basta, destinato a diventare un long seller, la bibbia del downshiftng italiano.
Il downshifting (“cambiare marcia, rallentare il ritmo”) è un fenomeno sociale che interessa milioni di persone nel mondo (complice anche la crisi). Ma non si tratta solo di ridurre il proprio salario per avere più tempo libero. Simone Perotti propone un cambio di vita netto, rispetto a se stessi, al mondo che ci circonda, alle abitudini, agli obblighi, al consumo, raccontando la sua esperienza ed entrando nel merito delle sue conseguenze economiche, psicologiche, esistenziali, logistiche.
«Al denaro attribuisco il valore dello strumento» racconta Perotti, «nessun altro. A me ne serve poco per vivere. Quasi tutto quello che faccio, quello che mi interessa molto e fa parte della mia vita, costa poco. Non mi servono macchine ultimo modello, case a Cortina, vestiti alla moda, non ho bisogno di alcun oggetto particolare per essere felice. Ogni volta che compro qualcosa per me sono contento per un paio di giorni, poi me ne dimentico. Ho anche notato che abbiamo tutti troppe cose, che vivremmo meglio con meno oggetti. Chi ha molti soldi teme la crisi, fibrilla per le oscillazioni di borsa, studia come difendere le sue proprietà. Io guadagnavo molto bene e ora non ho più lo stipendio. L’ho fatto per essere libero, anche dal pensiero del denaro».

Perotti è ovviamente un’eccezione, ma le sue scelte possono essere uno spunto per tutti coloro che vorrebbero rallentare un po’ rispetto ai ritmi frenetici in cui gli pare di essere costretti a vivere.
«Questo non è il mondo dei sogni» dice ancora, «si può sognare stando nel mondo così com’è, come cerco di fare, come fanno molti. La cosa a cui tengo di più è la libertà da qualunque costrizione, poter perdere tempo, poter andare a trovare mia madre, un amico. Per questo quasi tutto quello che faccio con passione è in vendita. Vendo i miei pesci, vendo le mie sculture, vendo i miei mobili, affitto la mia casa, organizzo cene, affitto quel che so fare, lo skipper, il lavabarche, lo scrittore. Se non mi servissero per vivere, non vorrei soldi per quel che so fare. Regalerei i pesci, inviterei tutti in barca gratis. Chi mi conosce lo sa. Se avrò fortuna lo farò. Però sono orgoglioso di questo schema di vita. Non provo alcuna vergogna. Vergogna la deve provare chi sostituisce la gioia vera con quella fittizia del consumismo e dell’edonismo, chi non si emoziona per una frase scritta su un libro o chi non ascolta. Vendere quello che so fare per essere libero è una bella storia. Più bella di quando lavoravo, guadagnavo, avevo un ruolo sociale più definito. Quella vita mi piaceva molto, ma non ero libero e poi la conoscevo già. Una delle cose che dicevo a tutti, quando all’inizio ero preoccupatissimo di non riuscire a farcela e mi industriavo in ogni modo, era: “Devi dipingere casa? Chiedi un preventivo. Io te la dipingo per la metà”. Se qualcuno risparmia il cinquanta per cento e io guadagno qualcosa, va bene così. A me che un prezzo sia alto o basso, giusto o ingiusto, non interessa. Non mi devo arricchire, né rispettare “il mercato”. Mentre dipingevo una casa pensavo molto, e dunque stavo bene, come quando lavavo una barca per 70 euro. Mica sono pochi 70 euro, se non li sprechi. Oggi faccio i miei lavori con calma, e cerco di farli bene. Ho capito che senza poter vivere di rendita, perché io non posso farlo, o senza un lavoro ufficiale, si vive molto più liberi e molto meglio, comunque. Vivo di vela e scrittura, a volte in quest’ordine, a volte nell’ordine opposto, dipende. Ma vivo benissimo, perché desidero tutto ma non ho bisogno di nulla. È una nuova economia. Tempo contro denaro. E vince sempre il tempo. Cioè la vita vera».

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