FOTOGRAFARE OGGI: I CONSIGLI DEL MAESTRO GASTEL

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In questa epocale colata lavica di scatti digitali e di social che sembrano elargire a chiunque una patente da Fotografo, teniamoci saldi allo stile e alla poetica ironia di un Maestro e Gentiluomo dell’arte fotografica, Giovanni Gastel. Collaboratore delle più prestigiose testate di moda internazionali, Presidente onorario dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti e membro permanente del Museo Polaroid di Chicago, Gastel si presenta a Fazland con una sua personale inquadratura: <<Sono nato da un bizzarro accoppiamento. Da un lato la piccola borghesia attraverso mio padre e dall’altro l’altissima aristocrazia da parte di mia madre. Questo incontro-scontro di visioni del mondo, etiche e filosofie di vita ha creato quell’ibrido strano e contraddittorio che sono sempre stato. Così ho cercato fin da ragazzo rifugio nel mondo dell’arte cioè nella pantomima del reale. Prima attore appena dodicenne, poi poeta con un libro pubblicato a 15 anni poi finalmente a 16 l’incontro fatale con la fotografia e la ricerca immediata di una parola fondante della mia estetica. Al fondo di tutto me stesso ho trovato la parola “eleganza” intesa però anche come valore morale e non solo estetico.>>

 

Ai nostalgici dell’eleganza fotografica di altri tempi, che sembra così lontana dall’omologato dilettantismo da scatto facile dei giorni nostri, Gastel offre un lucido “ci sarà una volta” della fotografia: <<Penso che questo sia il più splendente momento mai vissuto dalla fotografia. E che l’elettronica legata all’ottica segni, in realtà, la nascita della fotografia. Tutto ciò che abbiamo fatto prima è già archeologia fotografica. Ogni essere vivente ha oggi in tasca un apparecchio fotografico (che fa anche le telefonate) e questa è una incredibile vittoria per chi crede in questo mezzo espressivo. Però la fotografia si è sdoppiata: da un lato è diventata lingua (1 miliardo e mezzo di foto postate al giorno segnano la nascita di una lingua) anche se questi prodotti fotografici non hanno in realtà alcuna ambizione artistica, sono pura comunicazione di informazione (sono a Seul... ho mangiato la pizza...); dall’altro lato la conoscenza tecnica non è più alla base della definizione di professionista. Ora un fotografo di professione deve offrire la propria visione distonica e personale (siamo tutti pezzi unici) del mondo. Il futuro del professionista è solo autoriale a tutti i livelli in cui si vorrà operare. In realtà la mia carriera è stata quasi da subito indirizzata alla definizione di un mondo parallelo al reale. Il mio mondo allude alla realtà per crearne una personale di cui capisco le regole perché posso definirle io. La realtà vera da sempre la capisco meno. Benché pensi con Leibniz che “viviamo nel migliore dei mondi possibili”.>>

Quali, dunque, i suggerimenti per chi volesse intraprendere seriamente la professione di fotografo: <<Chi vuole diventare fotografo in termini professionali deve cercare se stesso nel profondo in modo quasi analitico e definirsi in una parola. Come sono davvero io al fondo di me stesso? Timido, arrogante, aggressivo, spaventato? E su questa parola costruire una estetica che sia il più possibile differente e nuova. Ma la scelta di lavorare sulla propria differenza e non sulla propria somiglianza con gli altri porta ovviamente verso la solitudine e per questo è poco frequentata. Per un creativo, però, non ci sono alternative.>>
E per i fotografi improvvisati, i selfisti seriali, gli artisti dei filtri da cellulare? <<Continuate ad usare questo sublime strumento che è la fotografia come mezzo di comunicazione, cercando però (come facciamo con la parola scritta) di comunicare in maniera corretta e, se possibile, elegante.>> Parola di Gastel, demiurgo di bellezza nel terreno privilegiato e fecondo di moda, cinema e donne dal fascino speciale: <<Io fotografo e scrivo per stato di necessità. Se lo faccio sto bene, se non lo faccio sto male (anche fisicamente). Non ho quindi scelta e da sempre non distinguo tra lavoro e vita. Quello che faccio sono messaggi nella bottiglia lanciati dal mio stato di “solitudine” nel mare della comunicazione. Cosa siano (arte, commercio?) non so e, in fondo, non mi riguarda. Chi leggerà il messaggio dovrebbe ri-crearlo e riviverlo secondo la propria sensibilità e storia. Quello che io ho voluto dire è in un certo senso non indispensabile. In qualche modo cerco di creare macchine per pensare.>>

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