Il geniale e ribelle Sottsass celebrato allo CSAC di Parma

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Sarà che ha vinto il Compasso d’oro, prestigioso riconoscimento alle eccellenze del design mondiale, fatto sta che Ettore Sottsass quest’anno fa doppia cifra tonda: cento anni dalla nascita, dieci dalla morte e un vero fuoco d’artificio di celebrazioni nel mondo.
Quel premio lo vinse - lui architetto, designer, fotografo e artista senza confini, nella sua esplorazione dello spazio e delle sue configurazioni in vari ambiti dell’attività e dell’arte umana- per la rossa Valentine, la portatile Olivetti che nel 1969 progettò insieme a Perry A .King e che divenne quella famigerata (ma Sottsass usò un’espressione più… colorita) icona del design che gli sembrò vanificare tirannicamente tutto il resto del suo lavoro di sessant’anni. 


La fama internazionale la raggiunse anche grazie alla fondazione, insieme ad altri colleghi designer, del collettivo Memphis, che contrastò il minimalismo imperante con la progettazione di mobili e oggetti provocatori e vivaci ispirati al kitsch o alla pop art. Un designer postmoderno, dunque, curioso, inquieto e versatile, cui le varie mostre celebrative offriranno un contributo prezioso e differenziato.

Complementare, infatti, alla rassegna milanese al Triennale Design Museum, che esplora gli anni più celebri della attività di Sottsass, apre a Parma, sabato 18 novembre e sino all’8 aprile, presso lo Csac - Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma, ospitato nella affascinante cornice dell’Abbazia cistercense di Valserena- la mostra dal titolo <<Ettore Sottsass. Oltre il design>>.

In una forte sinergia tra Comune, Università e una equipe di studiosi e storici del settore, Parma propone dunque al pubblico, secondo una struttura narrativa cronologica, un patrimonio di ben 700 pezzi selezionati da una ricca donazione fatta dall’artista allo Csac nel 1979. 

Il titolo stesso dell’esposizione è un efficace richiamo alla curiosità e all’esplorazione di un <<oltre>> che Sottsass avrebbe apprezzato. L’artista che non voleva essere ricordato solo per una macchina da scrivere e che considerava l’arte <<un modo di tentare di finire dentro nell’ignoto, di fermarlo questo ignoto in qualche maniera>>.  

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