Da Goya a Maradona, la follia in mostra a Napoli

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Maradona come Michelangelo Merisi da Caravaggio. E la vita come uno smarrimento acrobatico tra l'umano e il divino, tra perdizione e sublimazione, tra visioni e allucinazioni. E' questo il non-percorso della mostra itinerante "Museo della follia: da Goya a Maradona", che fa tappa nella pirotecnica città di Napoli, dal 3 dicembre al 27 maggio, per appuntare, nella cornice della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, un invito a misurarsi con sogni e tormenti di grandi artisti e con l'anomala normalità dei folli.  Un itinerario per smarrirsi, secondo le intenzioni del curatore della mostra Vittorio Sgarbi, tra più di 200 opere che declinano la follia attraverso pittura, scultura, fotografia, installazioni multimediali. Una vertigine di umanità varia ed eventuale, che rende credibile l'accostamento -assist ben piazzato alla città ospitante- del Pibe de oro al genio barocco di Caravaggio. La luce e il buio della vita e delle opere del pittore -entrambe capolavori, nel loro gioco di vette e abissi- e le pennellate di genio calcistico di Maradona, volto da scugnizzo come i fanciulli dei dipinti di Caravaggio, in una vita avventurosa di gol e autogol. Per Sgarbi sembra essere quella la vetta della follia più divina: una vita all'altezza delle opere d'arte. La mostra, realizzata da Cesare Inzerillo, Giovanni Lettini, Stefano Morelli e Sara Pallavicini, si apre con le grandi firme dell'arte e del tormento. Goya, cantore del sonno della ragione, Francis Bacon e i suoi corpi mutilati e deformi, oggetto di una passione artistica coniugata al disagio psichico. Ma anche Adolf Wildt, Telemaco Signorini, Fausto Pirandello, i complementari Ligabue e Ghizzardi, Enrico Robusti con la sua imbarcazione in tempesta per un affresco di 10 metri, Diego Armando Maradona, in un lungo elenco di esploratori di forme e colori della psiche umana. La follia ha poi le sue stanze: dolente e dolorosa è la Stanza dei ricordi, che espone documenti e oggetti ritrovati nell'ex manicomio abbandonato di Teramo. E immensamente evocativa la Stanza della Griglia, con i suoi 80 metri quadrati di ritratti di pazienti di ex manicomi su quattro pareti, sui cui volti -sguardo fisso allo spettatore, come a portare domande da tempi passati e da dolori inesprimibili- un neon luminoso anima di luce e rumore i pensieri fermati in uno scatto. Altri scatti fotografici, di Fabrizio Sciocchini, omaggiano Gli Assenti attraverso le immagini di pareti e stanze dell'ospedale psichiatrico abbandonato di Teramo, nelle simmetrie e prospettive desolate di un ingiusto esilio. E mentre "L'adolescente" di Silvestro Lega sembra fronteggiare o subire il gigantesco Apribocca in legno, che sovradimensiona il modello originale presente in mostra, un Corno Reale di tre metri onora la fantasia scaramantica di Napoli.

Tra documentari, l'estratto di un' inchiesta del Senato sugli ospedali psichiatrici e un monologo inedito di Paolo Crepet, il mondo estraneo e distante della follia coinvolge e avvolge il visitatore attraverso gli Stereoscopi, le fotografie, convertite in immagini tridimensionali, di Vincenzo Aragozzini, scattate nei luoghi di Gino Sandri nell'ex ospedale psichiatrico di Mombello. Umani, subumani, sovrumani? Cesare Inzerillo pare domandare e rispondere in un'installazione in cui, nel buio, sagome orrorifiche, mummie disperate, i pazienti mescolati al personale dell'ospedale, incarnano l'angoscia, il calvario, i punti interrogativi fatti carne e ossa e paura. La risposta è un titolo: Tutti Santi.  

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